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  • SULLA PAURA – palinsesto per pensare di Rita Felerico

SULLA PAURA – palinsesto per pensare di Rita Felerico

    Un antico terrore che insepolto
    porto nel petto, come da un trono
    scende sopra di me senza perdono,
    mi fa suo servo senza cenno o insulto
    (da Furtiva mano di un fantasma occulto di Ferdinando Pessoa)

    SULLA PAURA – palinsesto per pensare

    di Rita Felerico

    I – La paura di vivere / la paura della vita

    Aprire una riflessione con le parole di Ferdinando Antonio Pessoa, poeta dai diversi eteronimi (Alvaro Campos, Bernardo Soares, Alberto Caeiro, come in una Autopsicografia) poeta scomposto, disperso nei rivoli di varie identità e nell’inquietudine sofferta che traccia la continua ricerca di sé, mi è sembrata una chiara testimonianza per definire lo ‘stato’ che ci appartiene e che abbraccia tutta l’esistenza: la nostra instabile presenza in questo mondo. Morto a soli 47 anni, nel 1935, i versi mi riportano ad alcune affermazioni di Freud quando dice : il dolore che impaurisce l’uomo ha tre fonti: la natura, per la sua potenza; il corpo, soprattutto quando è nella malattia; e gli spazi di specifiche relazioni, nelle quali inserisce anche il potere inteso come esercizio di una violenza dell’uomo su altri uomini.

    Non è la paura esogena, occasionale, legata a paniche paure, come la guerra ,le pestilenze, le pandemie, le invasioni, le catastrofi naturali, smosse e mosse a volte da scelte politiche o in gran parte imprevedibili che possono – come paure estreme – portarci all’incapacità di reagire, anche quando si va incontro a modificazioni genetiche del nostro organismo.

    Ma la paura a cui ci riferiamo con i versi di Pessoa non è mossa da circostanze esterne o da scelte politiche ma è una paura endogena, che scaturisce da una difficoltà propria dell’essere umano, che non ha nulla a che fare con l’istinto, con la coscienza della morte . In tempi di pandemia o catastrofi occorre ragionare su questo, perché la paura che si scatena richiama alla paura endogena, ma non è questa.

    Cosa significa? Chi vive secondo ragione ( cercando di comprendere e domare la paura endogena ) vive libero dalla paura della morte? La morte ci accompagna in ogni momento della vita, fino alla ‘morte definitiva’, che è la soppressione delle possibilità di vita. Ciò che genera paura allora non è la morte, ma la soppressione della vita, ovvero delle possibilità di vita.

    A cosa può esserci utile la ragione ? Se la vita non è una funzione della ragione , né la ragione una funzione della vita, per cui la radice della paura non è nella vita – che la ragione può modellare e affrontare – al contrario è in una vita che sia capace essa stessa di alimentare la ragione, il cui ruolo non è quello di essere padrona della vita, di dominarla, ma di riconoscere la nostra soggezione alla vita, atteggiamento che pone la ragione in condizione di avviare la vita in una situazione meno esposta alle minacce della paura.

    Il problema , posto così in termini esistenziali , trova il suo punto di fuga in un altro grande tema del pensiero moderno e contempotraneo, che è quello dell’ETICA . Se la paura endemica nasce dalla boscaglia del sé, dove vige la servitù con i livelli indomabili dell’inconscio e si nutre del conflitto fra l’io e il sé, abbiamo bisogno di una Etica che sconfini.

    La Morte è la colpa di non essersi riconosciuto scrive Julia Kristeva nelle Lettere d’Amore.

    Se rifiutiamo la battaglia di indagare nel nostro sé, rifiutiamo di diventare liberi. Torna in mente il mito di Narciso, di colui che per ‘conoscere se stesso’ prende possesso del sé, deve RICONOSCERSI, riconoscere dov’è la PAURA . Narciso non muore perché si è conosciuto, ma quando si accorge che è lui stesso che si riflette quando si riconosce . Allora occorre pensare alla propria esistenza come un progetto teso ad OLTREPASSARE se stessi e scavalcare la paura. In cosa ci riconosciamo in tempi di pandemia? Non è solo la paura endemica che affiora.


    II – Paura / Arte /Terrore

    Non è un passaggio ‘strano’, l’arte è un luogo classico del pensiero , già toccato nella Poetica di Aristotele quando parla della TRAGEDIA : la tragedia non è imitazione, né una copia di fatti, ma una vera e propria prassi; lo spettatore attraverso la partecipazione co- soffre e nasce la PAURA che conduce alla catarsi, alla purificazione degli stessi sentimenti che fanno soffrire. Alla paura ‘tragica’, quella dell’immanente azione , non si fugge. Non c’è fuga nella tragedia, non si mette in moto la difesa di per sé ma l’ induzione ad una sofferenza attiva :la tragedia possiamo definirla forma ontologica della paura, è il ‘vedere’, lo spettacolo che libera dai sentimenti di paura.

    Non basta la filosofia per GUARIRE ( come afferma Platone ) La tragedia- ontologicamente legata alla paura – esprime la paurosa condizione esistenziale e ci induce a non fuggire ma a confrontarci. . E’una dimensione che non può essere affrontata dal linguaggio filosofico dove la parola è sempre mediazione , dove la parola denota, significa , anche se è conscio dell’inesistenza di un rapporto fra nome e cosa. Nell’arte la paura è quel canto che ci fa tremare, che non può tacere,è l’immediatezza che non può essere rimandata. Tremenda è la bellezza diceva Rilke, è il sublime kantiano , è l’Infinito leopardiano. Lo’spaesamento’ inquieta ma non deve farci paura. In questo consiste il DRAMMA della nostra epoca : nell’impotenza della rappresentazione, della forza di un linguaggio artistico. In tempi di pandemia , forse, l’elemento della creatività potrebbe essere rivalutato rispetto al falso immaginifico imperante e rivelare il legame fra il dire e l’apparire, la conciliazione fra essenza e apparire. Oggi, non avendo riti, miti , si ammutolisce e il silenzio – dimensione determinante – è la rappresentazione del rapporto ontologico con la paura, il terrore ( il silenzio delle città in tempo di pandemia? )


    III – PAURA DI AMARE

    Se amare è ricercare noi stessi, dalla nascita intraprendiamo questo cammino : non sappiamo chi siamo e per saperlo non basta una vita; non ci resta così che imparare ad amare il gioco d’amore.

    La paura primordiale d’amare nasce nella nostre paure familiari e attiene a tutti gli esseri umani e le crisi che accompagnano i cambiamenti nell’arco della crescita sono momenti positivi, di passaggio dal noto all’ignoto, ad un diverso scenario di conoscenze, ad un diverso rapporto con l’amare.

    Se trasportiamo questo dalla sfera individuale al sociale, lo scenario si fa più complesso, ma la società forma la nostra mente, siamo fatti di legami / relazioni e in una società destrutturata – liquida – come quella in cui siamo immersi, la complessità diviene ancora più intricata.

    Le paure sono cambiate nel loro manifestarsi – pensiamo per esempio alle motivazioni sociali che mutano i meccanismi di punizione – ma occorre ascoltare, comprendere, scrutare i cambiamenti perché le paure appartengono ai nostri primordiali sentimenti e si possono riconoscere. Rimangono invariati i modi e i meccanismi che determinano la paura di morire o l’assenza ovvero i meccanismi della separazione dalla vita e la morte è la madre di tutte le paure in questa ottica. Torniamo a Narciso, al guardarsi, allo specchiarsi per scoprire l’ego che si trasforma, che si muove in NOI. Contemplare l’Altro , l’Altro che è in noi e contemplare l’Altro fuori di noi è AMORE, è avviare il processo d’amore del quale non si deve aver paura. Ecco di nuovo il mito di Narciso in tempo di pandemia : Edipo non sa guardare diversamente dall’incesto il suo abisso, deve accecarsi per divenire saggio. Noi dobbiamo e possiamo specchiarci, capire il nuovo, amare.


    IV – Paura e Angoscia

    Pensiamo all’opera di un grande artista, Munch, l’ Urlo – 1893 – ; la paura – che ha in sé la positività di un meccanismo di difesa – si tramuta invece, come nell’Urlo, in angoscia, sentimento caratterizzato dalla presenza del NULLA, un sentimento di disorientamento che non ha un oggetto determinato. Questo lo ha ben descritto Heidegger o Freud quando parlano del ‘perturbante’ . Ci si angoscia intorno al nulla. L’angoscia – afferma Galimberti – è il costitutivo della condizione umana perché l’uomo non possiede istinti, come gli animali, e per questo non ha percorsi determinati, codificati , come gli istinti ai quali si devono le risposte rigide di una possibile difesa. L’uomo ha pulsioni che hanno mete indeterminate ( è per questo che sono liberi ); la libertà non è un evento spirituale ma è la indeterminazione degli scopi, dei comportamenti, delle direzioni. E’ l’indeterminazione la fonte dell’angoscia . Non ci sono riti, miti nell’oggi; con i riti, i miti la società si dava regole, il rispetto nei comportamenti. Noi – senza miti o riti – trascorriamo la vita a rincorrere il senso della nostra vita. Le leggi, le regole sono invece riduttori di angoscia .

    Oggi siamo nell’età della tecnica la forma più alta di razionalità raggiunta dall’uomo; se la tecnologia sono gli strumenti, la tecnica è il modo, la forma di come si usano e la tecnica ha le sue regole ( raggiungere lo scopo con il minimo impegno, lo scopo per lo scopo : il denaro).E’ nel suo intimo che la tecnica è produttrice di angoscia, perché non ha scopi se non il riprodurre il suo profitto. In pandemia – si spera – abbiamo scoperto che un uso diverso della tecnica può superare il nulla che la avvolge.

    Non si può leggere la storia con gli stessi criteri che abbiamo usato fino ad ora, ovvero in chiave puramente umanistica: in tal senso l’uomo è antiquato, l’uomo così non gestisce la tecnica e questo comportamento influisce sul fare POLITICO, che non è diventato più il luogo della decisione e sulla realtà del SOCIALE dove vanno a razionalizzarsi tutti i conflitti.

    E’ possibile oggi una rivoluzione? La tecnica ha eliminato la democrazia. La democrazia esiste se c’è dialogo, confronto e oggi c’è solo FASCINAZIONE non esiste una ETICA all’altezza dell’età della tecnica, non si è formulata una politica o una morale all’altezza della tecnica: viviamo e produciamo una morale che convoglia su ciò di cui ci angosciamo : il nulla.

    Si parla di svalutazione di valori, quindi di nichilismo; ma il nichilismo non consiste nella svalutazione dei valori, che non sono assoluti e che mutano con il variare delle ‘presenze’ nel sociale; nichilismo è quando non nascono nuovi valori . Può la pandemia sconvolgere questo sentire e porci nell’ottica di rincorrere nuovi valori e quindi nuova etica?


    V – La tecnica e la vita / paura e tecnica

    Abbiamo già avuto in passato grandi momenti di crisi ,di cambiamento sia nella storia evolutiva che in quella culturale, penso alla rivoluzione industriale, a Darwin e infine alla fisica quantistica. Tutto è diventato imprevedibile, anche nella scienza e non vi sono leggi se non in termini di probabilità : tutto è evento, tutto è in movimento e anche la natura non è immobile nelle sue leggi. E lo stato di pandemia può insegnare a far sparire definitivamente la divisione fra ciò che è umano e ciò che è artificiale? Così diveniamo padroni di noi stessi? No.

    Da qui la paura endogena. Facciamo bene ad aver paura a sentire la paura, per fortuna. La paura non deve indurci a fermarci , anzi, la dobbiamo elogiare, per stare attenti, per affrontare i rischi, perché la tecnica certo non si fermerà. Entrare così di nuovo nel movimento, nell’immanenza, nel sentimento antico e arcaico, nell’antico terrore, che non deve più pesare come una pietra nel suo pesare.

    Sento che niente sono se non l’ombra
    di un volto imperscrutabile nell’ombra:
    e per assenza esisto, come il vuoto.
    (Ferdinando Pessoa, idem)

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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    Tag:ére de la mondialisation, interculturalité, Maria Donzelli, Multiculturalisme

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