Il futuro dell’Egitto
Il futuro dell’Egitto all’indomani dalla vittoria di Mohammed Morsi
In giugno, è stato reso noto il risultato finale delle elezioni presidenziali in Egitto: Mohammed Morsi, ex-leader dei Fratelli Musulmani, è il nuovo Presidente. Ha ottenuto il 51.7% dei voti (circa 13 milioni) contro il 48.3% dell’avversario Ahmed Shafik (12 milioni). In totale l’affluenza alle urne è stata del 51%.
Il nuovo Presidente della Repubblica Araba d’Egitto ha 61 anni ed è ingegnere di professione. Piazza Tahrir, in tripudio, ha accolto la sua vittoria come una “svolta storica”. Morsi ha lanciato tanti messaggi di riconciliazione e il suo portavoce ha prontamente commentato la proclamazione dei risultati definitivi dichiarando: «Siamo arrivati a questo momento grazie al sangue versato dai martiri della rivoluzione. L’Egitto inizierà una nuova fase della sua storia. Rendo omaggio ai martiri della rivoluzione: senza di loro, non sarei qui ». Il Presidente, dopo l’elezione, è apparso in diretta sulla tv satellitare Al-Jazeera. Ha ringraziato tutti gli Egiziani che hanno preso parte alle elezioni e ha mandato un «saluto di pace anche a quelli che non hanno votato per me perché anch’essi sono figli dell’Egitto come noi siamo tutti fratelli Egiziani. Un saluto anche ai martiri della rivoluzione, ai loro padri e alle loro madri, a tutti quelli che hanno partecipato e realizzato la rivoluzione perché amano l’Egitto, la libertà e la democrazia». I suoi sostenitori sono scesi in piazza Tahrir per festeggiarne la vittoria, mentre molti altri aspettano di vedere azioni concrete volte a risollevare le sorti e le difficili condizioni di vita del popolo egiziano. Sul futuro dell’Egitto si sono spese tante parole e sono stati pubblicati numerosi scritti: all’Università del Cairo, ad esempio, presso la Facoltà di Economia e Scienze Politiche, si è tenuta una conferenza dal 16 al 18 luglio 2012, riguardo la sorte del Paese alla luce dei risultati delle elezioni presidenziali. Indubbiamente Morsi si è trovato ed è tutt’ora di fronte a grandi responsabilità. Tra queste, il gravoso compito di rimettere in sesto l’economia e riaffermare il ruolo chiave dell’Egitto in politica internazionale. In Italia Antonio Badini, ex-ambasciatore d’Italia al Cairo, oltre che ad Algeri e Oslo, ha pubblicato di recente un e-book dal titolo “Il futuro dell’Egitto – Democrazia islamica o nuovi Faraoni?”, nel quale ha commentato il risultato finale del ballottaggio, anticipandovi alcuni temi al centro, poi, di un altro suo libro elettronico dedicato alla transizione politica e sociale egiziana. Attraverso la prima opera, Badini ci aiuta a comprendere le rapide trasformazioni che si sono susseguite in Egitto, tracciando un quadro che inizia con lo scoppio della miccia della rivolta popolare fino alle incognite di una giovane Repubblica ancora priva di Costituzione, passando per il lungo braccio di ferro tra i Fratelli Musulmani e vertici militari. Nel secondo libro, l’autore definisce il 30 giugno 2012 una data storica nella transizione egiziana. È il giorno dell’atteso passaggio del potere dalla Giunta militare, alla guida del paese dalla caduta del Rais Hosni Mubarak, al neo-Presidente Mohamed Morsi, il primo democraticamente eletto, con il voto del 16 e 17 giugno. È stata una vittoria del fondamentalismo? Il Presidente dei Fratelli Musulmani ha intenzione di fondare una repubblica islamica o di essere, come promesso in campagna elettorale, il “Presidente di tutti”? Badini analizza le poste in gioco e i retroscena di questa processo epocale, aiutando il lettore a capire il complesso gioco tra le forze in campo. Inoltre, egli individua in modo netto meriti e responsabilità dei due attori che fin’ora hanno retto in tandem il paese, esercito e Fratelli Musulmani, senza tralasciare il ruolo giocato dall’Egitto nello scacchiere internazionale. Con l’appoggio dell’America di Bush, Mubarak aveva garantito stabilità in uno Stato di cruciale importanza strategica, sacrificando libertà e diritti. Oggi, Morsi ha il compito di costruire un nuovo equilibrio, senza tradire la sovranità popolare sancita dalla piazza. Il cammino dell’Egitto verso la democrazia dovrebbe essere al centro degli interessi europei e in generale occidentali. Accompagnare il Cairo in questa direzione potrebbe persino aiutare l’Italia a rafforzare il suo ruolo nella regione e a rilanciare l’economia di entrambi i Paesi.
Cosa dovrebbe fare concretamente Morsi per avere un rapporto vero con i propri cittadini e instaurare relazioni solide sia con i Paesi arabi che con quelli occidentali? Prima di tutto, gli Egiziani devono potersi riappropriare della loro dignità e dei diritti di cui sono stati privati negli ultimi trent’anni e anche prima. Compito del Presidente eletto è anche quello di controllare e cercare di ottenere un equilibrio fra classe alte e ceti meno abbienti.
Altra questione è l’aumento dello stipendio mensile degli statali e, più in generale, l’aiuto a coloro che sono sulla soglia di povertà o, addirittura, al di sotto di essa. Anche la disoccupazione è una piaga da sanare, così come la mancanza di alloggio per molti egiziani: basti ricordare che, ancora oggi, tanti nulla tenenti sono costretti a vivere all’interno di loculi cimiteriali. Ugualmente di primaria importanza è, a mio avviso, la necessità di una assistenza sanitaria che consenta a chiunque di sottoporsi alle dovute cure in caso di necessità. Altre questioni urgenti sono connesse allo spaventoso inquinamento delle metropoli e alla sicurezza ormai assente dalle strade del Cairo ed Alessandria prima di tutto.
Ci si aspetta che Morsi riesca ad elaborare una strategia capace di sortire effetti a lungo termine. In questo modo potrebbe essere esaltati gli aspetti sociali dell’Islam, piuttosto che quelli di carattere prettamente morale che dovrebbero, invece, appartenere alla sfera privata del singolo, superando così ogni tipo di contrapposizione tra laici e credenti, tradizionalisti e liberali.
In ambito internazionale, invece, ritengo che Mohammed Morsi dovrebbe impegnarsi a favore del riconoscimento internazionale della Palestina e rivedere le convezioni firmate dal precedente governo con Israele, come quella di Camp David, senza di perdere di vista l’obiettivo del raggiungimento di una pace stabile.
A mio avviso, non vi è alcuna paura della democrazia in Egitto dopo che il popolo è sceso in piazza a rivendicare i propri diritti. Sia che al potere vi siano i Fratelli Musulmani o un qualsiasi altro partito, gli Egiziani non accetteranno più di essere soggiogati come nei decenni passati.
Sameh El-Tantawy