Amina: tra tradizione e modernità
Amina: tra tradizione e modernità
Il suicidio di Amina Filali il 10 marzo 2012 ha scosso la società marocchina portando all’attenzione dei giornali, degli attivisti dei diritti umani e dei politici la questione femminile: mentre la società
marocchina viaggia veloce verso la modernità, per la legge – immobile e tradizionalista – la donna appartiene ancora all’uomo.
IL CASO. Amina Filali, ragazza sedicenne di Larache, cittadina al nord del Marocco che conta più di 120mila abitanti, aveva da tempo perso la voglia di vivere. Aveva 15 anni quando Mustafa Ramid, di 10 anni più grande, minacciandola con un coltello ha abusato di lei in un bosco nei pressi del suo villaggio natale di Chourfa. Nonostante la denuncia presentata dal padre Lanchen per “circonvenzione di minore”, Amina è stata costretta a sposare il suo aggressore. Il Codice Penale
marocchino autorizza l’autore dello stupro a sposare la donna di cui ha abusato, evitando il giudizio e la condanna e salvando, al contempo, l’onore della famiglia della vittima. La ragazza, costretta
a trasferirsi dai suoceri, oltre a dover convivere con il suo carnefice era continuamente sottoposta alle pressioni ed agli insulti dei genitori del marito, che con tale atteggiamento giustificavano il
comportamento di Mustafa considerandola una prostituta e facendo ricadere la colpa dello stupro su di lei. Dopo due anni da incubo ed il vano tentativo di rientrare nella casa paterna, Amina ha pensato al suicidio come unica via di fuga. Ha messo fine al suo calvario ingerendo veleno per topi. Non contento, al momento della tragedia, Mustafa ha portato il corpo di Amina prima davanti ai suoi genitori e poi in ospedale, così da evitare un’eventuale denuncia per omicidio.
LA LEGGE. Purtroppo quello di Amina non è un caso isolato. Il Codice Penale marocchino nell’art. 486 definisce lo stupro come “l’atto attraverso cui un uomo ha una relazione sessuale con una donna contro la sua volontà. Il crimine è passibile di una pena dai 5 ai 10 anni di
prigione. Se è commesso su una minore sotto i 15 anni di età, la pena sale dai 10 ai 20 anni”. Stando a questa norma, non si può certo dire
che la legge sia lassista in materia: il problema è la sua applicazione. Nella realtà, il testo è sottomesso al potere decisionale del giudice, infatti raramente viene aperta un’inchiesta giudiziaria a seguito della denuncia ed in tal caso è la donna abusata a dover portare prove a sostegno della sua accusa. Nel caso in cui le prove non bastassero a supportare l’accusa, sarà la donna stessa ad essere automaticamente perseguita per dissolutezza e depravazione. Nel caso di minori, all’art. 486 è affiancato l’art. 475, secondo il quale “chiunque, senza minacce o frodi, rapisce o violenta o tenta di rapire o di deviare un minore di 18 anni, è punito con la detenzione da uno a cinque anni e con una ammenda da 200 a 500 dirham. Quando una minorenne nubile, rapita o violentata, ha sposato il suo rapitore, costui non può essere perseguito, se non dietro denuncia delle persone aventi diritto di richiedere l’annullamento del matrimonio, e non può essere condannata se non dopo l’avvenuto annullamento del matrimonio”.
Dalla lettura combinata degli articoli del Codice Penale prima citati, si evince l’impotenza della legge dinanzi alle tradizioni: la società marocchina, infatti, mantiene un’impronta fortemente maschilista e patriarcale. Essa si riflette nelle modalità di applicazione del diritto nonostante tentavi di cambiamento quali la riforma del Codice di famiglia, la Mudawwana, voluta nel 2004 dal sovrano Mohammed VI e i contenuti dell’art. 19 della nuova Costituzione, adottata lo scorso anno, il quale afferma che “L’uomo e la donna godono di uguali diritti”.
REAZIONI E RIFLESSIONI. La reazione che è seguita alla morte di Amina a livello di media e società civile è stata un segnale importante per tutto il Paese. Nelle settimane successive, infatti, i giornali si sono riempiti di articoli sulla vicenda e tutte le reti nazionali hanno dato ampio spazio alla notizia, da cui sono scaturiti numerosi dibattiti della quale si è molto dibattuto. Contemporaneamente sui social network (Facebook) si sono susseguite iniziative personali e di gruppi per chiedere l’abolizione dell’art. 475 e protestare contro le contraddizioni di un Paese che, pur avendo adottato una nuova Costituzione che sancisce l’uguaglianza tra i sessi, si scontra ancora con credenze vessatorie nei confronti delle donne. La mobilitazione della società civile marocchina non si è fatta attendere: numerose associazioni hanno organizzato manifestazioni e sit-in nei maggiori centri urbani, proposto petizioni per l’abrogazione dell’articolo 475 e pubblicato comunicati per condannare quanto accaduto. L’eco del
dramma di Amina ha raggiunto i Paesi al di là del Mediterraneo edoltre: anche l’ONU, l’Unicef e alcune ONG internazionali, hanno condannato l’accaduto e ricordato la necessità di riformare la giustizia e le istituzioni per assicurare i diritti di donne e bambini. L’intervento della società civile marocchina e internazionale lascia intendere che la sensibilità rispetto all’argomento è profonda e che si intende fare pressione sul governo perché né le istituzioni e né la legge lascino spazio ad alcuna ambiguità. Mustapha al Khalfi, Ministro della Comunicazione e Portavoce del Governo, e Bassima Hakkaoui, Ministro della Solidarietà, della Donna e della Famiglia e unica donna membro dell’attuale Governo, hanno condannato quanto accaduto e riconosciuto pubblicamente la necessità di modificare il testo dell’articolo 475 in tempi brevi. Ciononostante, la visione tradizionalista della figura e del ruolo della donna e del matrimonio, ha spinto, il 16 marzo, il Ministro della Giustizia marocchino
Mustapha Ramid a ritenere necessario difendere la scelta del procuratore di applicare l’articolo 475 del Codice Penale al caso di Amina, sostenendo che la giovane avesse acconsentito sia al matrimonio che hai precedenti rapporti, affermazioni ben lontane dalla realtà. Ciò conferma l’ambiguità della realtà marocchina in cui, accanto alla coscienza delle problematiche da affrontare e alla volontà di arrivare al pieno rispetto dei Diritti Umani, come dimostrato da un’ampia fetta della società, restano ancora da abbattere gli ostacoli prodotti dalla cultura tradizionalista.
Il caso di Amina ha dunque funzionato come detonatore, attirando l’attenzione di tutti su questo tema: la vita e l’onore di una donna sembrano dipendere dalla sua verginità. In caso di stupro l’opzione del matrimonio è sempre presa in considerazione, perché sposandosi ella ottiene uno status sociale, può salvare il suo onore e quello della sua famiglia. In Marocco una donna può essere nubile, dunque vergine, sposata, divorziata o vedova: non ci sono alternative. Lo stupro, infatti, secondo lo spirito del Codice Penale marocchino è un’offesa alla morale pubblica ed alle famiglie: l’integrità fisica e morale delle vittime viene messa in secondo piano. Ecco perché per la famiglia della vittima il matrimonio è il male minore, nonostante mortifichi i diritti della figlia.Il caso di Amina, accaduto in un Paese, il Marocco, che vanta di avere uno dei Codici di Famiglia più all’avanguardia dopo le riforme del 2004, apre la strada ad una riflessione sul lavoro che ancora c’è da fare nelle società islamiche per permettere alla loro metà, fatta di donne, di alzare la testa ed incamminarsi verso l’emancipazione, che è sociale oltre che di genere. Il ruolo delle donne nella società islamica è e rimane un nervo scoperto, un diritto che fa fatica a concretizzarsi.
Questo ci fa riflettere sui risvolti di quella che abbiamo definito a gran voce Primavera Araba: una primavera arrivata all’improvviso e che
senza le condizioni giuste rischia di tramutarsi in caos. La vera Rivoluzione non è la caduta di questo o di quel regime, ma il cambio di mentalità, purtroppo in parte ancora retrograda e misogina.
Laura Punzo